Una casetta piccola così... a Bergen


02 Dec

Il cuore era definitivamente oltre l'ostacolo, ero sulla strada che mi avrebbe portato dritto verso le Lofoten, un misto di determinazione e rassegnazione cresceva sempre più dentro me. Cosa mi aveva davvero portato fino a lì? Il bambino che è in me o il bambino che non vuole crescere e le prova tutte per non perdere la sua purezza?

Dovevo "pedalare" per oltre 500km per arrivare a Bergen dove mi aspettava Luca, un ragazzo italiano espatriato con una gamba semi-bloccata e il desiderio di venire con me alle mitiche Lofoten, in quello che a tutti gli effetti era il viaggio in cui avrei cavalcato fino alla meta, in solitaria, raggiungendo i paesaggi del mio immaginario infantile. Avevo sognato di arrivare vestito da Drag, suonando con la chitarra in strada, facendo diventare un vero e proprio cult questa mia impresa. Invece ero pervaso da un'eccitazione, dovuta alla facilità con cui scivolavo nelle vite degli altri, conservando l'emozione di tanti bei momenti passati assieme. Non avevo un obbiettivo questo oramai mi sembrava chiaro, molti vanno alle Lofoten per vedere l'Aurora Boreale, altri per fotografare la fauna e flora in un paesaggio incontaminato, chi per rilassarsi, chi perché torna da un lungo viaggio, chi ne ha fatto, come me, la sua ambizione.

Ero rassegnato a me stesso, al fatto che è vero quando si dice: che non si può resistere a un istinto. "Perché hai fatto tutto sto "casino" per andare alle Lofoten e non sai neanche perché tu ci stia andando?". Continuavo a raccontarmi in testa questo ritornello e sentivo che avrei dovuto far star tranquilli tutti a casa, un bel sorriso per la diretta. Avevo una caviglia dolorante dalla storta che nemmeno 24h prima mi ero fatto, gonfiava e doleva, con una mezza "storiella" avevo superato la frontiera in Norvegia e la mia "quarantena" era a mezza giornata di viaggio da dove ero. Prendo il coraggio e quell'incoscienza che non mi hai abbandonato e decido di passare una notte in isolamento a Oslo e vediamo in mattinata se la mia caviglia e le restrizioni mi permetteranno di farmi due passi (zoppi) nella Capitale. Scopro un parcheggio gratuito all'interno del campus scolastico dedicato dell'Università, è tarda notte e ho fatto l'ultima ora e mezza di viaggio sotto una pioggia battente, un ristorante take-away cinese ha salvato il mio crescente appetito lungo la strada. Arrivo al parcheggio e penso che l'unica cosa da fare è vestirsi un po' di più e prendere coperte e sacco a pelo usato come trapunta e tenere il piede alto per farlo sgonfiare. Non credo di aver tolto i vestiti per far prima, la scarpa sinistra stava attutendo il dolore della caviglia malconcia, appena tolta ho capito la gravità del danno, ci vuole un miracolo, forse tre giorni di riposo (forzato) possono fare al caso nostro.

Passo una notte d'Inferno tra dolore e freddo, mi giro e rigiro e alla mattina al risveglio, la mia postazione letto è diventata la tana di un baco da seta, chissà se il Pappagallo Kenitch riuscirà a liberare le sue ali e volare verso il suo destino? La caviglia è compromessa, fuori è grigio e umido, tipico risveglio dopo una notta di pioggia. Devo alzarmi e parlare un po' con me stesso, se voglio arrivare alle Lofoten devo impormi sul mio corpo e sulle mie intenzioni. Quando capita di arrivare a questo stato psico-fisico, anche la più bella attrazione al Mondo rischia di essere messa in secondo piano rispetto ai propri interrogativi. Volevo andare seriamente fino alle Lofoten? A che punto ero con il mio racconto? Cosa di tutte le cose che avevo "promesso" avevo rispettato? Quanto il racconto di un viaggio-spettacolo stava diventando la pubblica manifestazione dell'ego di Filippo? Quest'ultima domanda mi tormentava. Una buona drammaturgia si distingue quando riesci a nascondere i pilastri su cui si basa la tua pièce e i fatti accadono seguendo una strategia ben studiata e mirata all'ottenimento di un particolare risultato nel pubblico. Nel mio caso si stava trasformando in un monologo-solipsistico di reflussi emotivi a cui non potevo sottrarmi per un patto non dichiarato con il "mio pubblico", poi non abbandono mai la nave senza non aver provato di tutto per portarla a riva. Ci voleva un colpo di teatro, una vera e propria deviazione che avrebbe trasformato questo mio viaggio da panorami malinconici ad avventura: Luca de Simone, se fosse lui il compagno giusto per mettere pepe a questa storia?

Oslo la mattina è: male al piede, solitudine e lo sforzo di camminare. Sento che devo farlo, camminare fa bene e con una caviglia così gonfia ancora meglio, servirà a rigenerare i tendini (penso che fossi talmente elettrico che inventavo scuse pur di non pensare di essere un po' K.O.). Il porto è un piccolo gioiello, piccole e grandi imbarcazioni, tanti corner dove pre-Covid si sarebbe potuto prendere un drink. E' praticamente tutto chiuso, poca gente in strada, l'architettura avveniristica degli edifici vicino al porto si mescola con quelli stile da primi del '900 della città vecchia. Non ho una meta o un interessante luogo da visitare, in queste condizioni non mi voglio creare grosse aspettative, ma un po' a caso riesco a visitare il Palazzo Reale, il centro, il teatro intitolato a Ibsen, la fortezza che domina il fiordo della Capitale norvegese. Decido di tornare al Westfalia prepararmi qualcosa da mangiare e poi partire per la famosa "pedalata" per arrivare a Bergen. Tutto sommato questa attività mattutina mi ha fatto davvero bene, sento più energie e la caviglia ringrazia del meritato riposo. Preparo la postazione per il viaggio lungo: cassa bluetooth carica per ascoltare musica ad alto volume, stradario già nella pagina giusta, posizionamento dispositivi come cellulare, cuffie e varie eventuali al loro posto, cibo a portata di mano, acqua a volontà e molta concentrazione.

Alla guida si intuisce di aver cambiato nazione anche solo accorgendosi del immenso dispiegamento di macchine Tesla su tutto il territorio stradale, penso di essere l'automobile più inquinante su tutta la Nazione, un Volkswagen T4 del 1995 camperizzato Westfalia con su un'instancabile Motore 1899c.c. turbo diesel (per intenderci lo stesso che montavano le vecchie Golf), buone prestazioni, molto inquinante. Per miracolo non ho subito nessun tipo di divieto di circolazione. La disparità mi appare enorme, per poi scoprire che vanno tutti a cinquanta chilometri all'ora, perciò siamo un bel serpentone lento e inesorabile che cammina lungo l'autunno norvegese che trasforma boschi di conifere in autentici quadri a soggetto paesaggistico con forti tonalità tendenti al giallo, rosso e arancione. Tutto è sospeso in questo incanto, non c'è tempo per la noia, un lungo live dei Pink Floyd fa da colonna sonora a questa meraviglia, la strada d'un tratto si inerpica su per una serie di tornanti dolci ma pendenti e il tempo torna a ingrigirsi, tanti piccoli laghi a perdita d'occhio tutt'intorno e vento, vento e pioggia e poi pioggia che diventa "acqua stretta", arrivo sul picco di questo passo e sta nevicando, ho da poco lasciato un panorama da screen-sever Windows in autunno, e in 5km sono nel pieno di una bufera invernale, decido di scattare una foto pazzesca. Sono al settimo cielo, ho dimenticato tutte le angosce, avevo solo bisogno di vedere qualcosa che somigliasse al mio sogno di bambino.

Continuo per ore, sono testimone di tutto: gallerie che scendono come un cavatappi dentro una grossa roccia, il tramontar del sole con decine di variazioni di luci e colori, strade a picco sul mare. Guido nella notte, mancano circa 50km per arrivare a Bergen e vorrei spararmi, non vedo l'ora di scendere dalla macchina. La caviglia reclama, i miei glutei pure e sono giorni che non ho contatti con nessuno, se non per chiedere informazioni a qualcuno. Stringo i denti, canto, parlo da solo, tutto è lecito, se mi fermano poi ho paura che mi possano far storie. Ho viaggiato in sicurezza cercando di rispettare dove possibili i limiti, anche se è difficile percorrere sempre a cinquanta all'ora tutti i 300km. 

Finalmente arrivo a destinazione verso le dieci di sera, Luca è in strada con due stampelle e appena mi vede inizia a muoversi a festa. Mi aspetta, lo faccio salire è entusiasta, ha una chioma di capelli, mi ricorda un personaggio dei Simpson: Tele-spalla Bob, troviamo parcheggio poco distante da casa sua e lui con le stampelle si impegna non poco per tornare all'abitazione, io ho preso due bagagli, mi dice: "La casa l'ho pulita oggi, ma i miei coinquilini sono dei C#[£%%"+i, che non puliscono mai, che vivono come dei parassiti... ecc..ecc..". Penso: andiamo bene, ma non voglio chiedere niente, se sono arrivato fino a lì c'è un motivo e quello che voglio scoprire è: cosa il mio distino ha in serbo per me. Entro in questa casa e c'è un lungo corridoio a destra, una porta dà sulla cucina le altre sono porte chiuse (penso siano le stanze), a sinistra il bagno e altre due stanze una è quella di Luca.

Luca non perde mai il sorriso ed effettivamente produce ilarità, mentre si muove freneticamente con le stampelle che butta ovunque nel tentativo di darmi una mano e farmi accomodare velocemente nella sua stanza. Io ho portato davvero due cose, ma forse erano meno necessarie del dovuto. Siamo in camera sua ed è veramente la stanza del ragazzo che vive all'estero, una bella vetrata, un letto futon, una piccola scrivania, armadio e altri oggetti di Luca. Silenzio, ci siamo conosciuti da due minuti vengo da 30 giorni di viaggio, puzzo, ho una caviglia maciullata e molta fame, lui è secco come un chiodo, una cascata di capelli, due stampelle in una stanza che da solo ci stai giusto. Ci viene da ridere e capiamo internamente che qualcosa da adesso in poi non sarà più come prima.

Ordiniamo una pizza gigante due coche e iniziamo a conoscerci, il racconto di Luca de Simone e i 3 giorni di quarantena a Bergen nella prossima puntata...


"Io ho fatto questo" dice la mia memoria. "Io non posso aver fatto questo" dice il mio orgoglio e rimane irremovibile. Alla fine è la memoria a cedere. F.Nietzsche

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